ANDREI ALEXANDRU CHIRITA / CLASSE 2004

La mia
storia.

Mi chiamo Andrei. Nelle canzoni sono Perso. Ho cominciato con il pianoforte, poi con le poesie. Oggi metto la voce dove, per molto tempo, sono rimaste soltanto parole trattenute.

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Perso canta al microfono con una giacca di pelle, in una fotografia in bianco e nero
PERSO / VOCE

01 / L’INFANZIA

Quello che il tempo non porta via.

L’infanzia non finisce tutta nello stesso momento. Qualcosa passa, qualcosa cambia nome. Altro riaffiora anni dopo, quando pensavi di averlo lasciato abbastanza lontano.

Scrivendo, mi accorgo di quanto quel bambino sia ancora vicino. Riconosco le sue domande anche quando sono diventate domande da adulto. Le canzoni mi permettono di fermarmi ad ascoltarle, senza dover trovare subito una risposta.

02 / IL NOME

Perso e innamorato.

Il nome nasce da Lost e Fall: perso e innamorato. Mi riconosco in entrambi. Nel disorientamento di chi non sa ancora dove andare e nel desiderio di avvicinarsi a qualcuno, anche con la paura di farlo.

A volte basta una persona a cambiare il senso di una giornata. Altre volte, per capire che cosa mi succede, devo sedermi al pianoforte. Perso è il nome con cui tengo vicine queste due possibilità.

Lo porto nelle canzoni insieme alle contraddizioni che ancora mi appartengono. Mi piace pensare che chi ascolta possa riconoscervi anche le proprie.

03 / LA MUSICA, A SETTE ANNI

Le mani prima delle parole.

Ho cominciato a studiare pianoforte a sette anni. È ancora lo strumento con cui compongo quasi tutte le mie canzoni. Una sequenza di accordi può farmi capire il tono di un brano prima che arrivi la prima frase.

Poi sono arrivati la chitarra, il canto, il basso e la produzione musicale. Lavorare con strumenti diversi mi ha insegnato ad ascoltare anche quello che circonda la voce: un ingresso, una pausa, una nota lasciata più a lungo.

Quando scrivo, torno spesso ai tasti. Ci rimango finché melodia e parole smettono di chiedermi due cose diverse.

04 / LE PAROLE

Il peso di una frase.

Prima delle canzoni scrivevo poesie. Ascoltando i cantautori italiani e stranieri ho imparato a prestare attenzione a come una frase cambia quando incontra una melodia.

Scrivo dei rapporti, dell’amore, delle persone che continuano a contare anche dopo essersene andate. Rileggo molto. Un aggettivo di troppo può togliere forza a un verso; una parola esatta può sostenerlo da sola.

Mi interessa anche la cadenza: dove il testo accelera, dove ha bisogno di fermarsi. Torno sui versi finché posso cantarli senza sentire che sto spiegando più di quanto riescano a dire.

05 / 28 FEBBRAIO 2025

«Mamma (non ti ho odiata mai)».

Il 28 febbraio 2025 ho pubblicato il mio primo inedito: «Mamma (non ti ho odiata mai)». Ho cominciato da quella parola perché, per me, dirla significa ancora tenere insieme sentimenti difficili.

Il rapporto con mia madre attraversa la mia infanzia. Nell’affetto sono rimaste esitazioni che un bambino non avrebbe saputo nominare. Sono cresciuto; alcune di quelle esitazioni sono cresciute con me.

Ci sono ricordi che tornano nel modo in cui mi avvicino alle persone, nella fatica di fidarmi, in una frase che interrompo prima di finirla. In questa canzone ho lasciato che si sentissero anche così. A volte una pausa sa reggere ciò che una spiegazione disperderebbe.

La distanza non ha reso più semplice volerle bene. Il desiderio di capirla convive con quello che ancora mi pesa. Tornare a scriverne significa accettare che nessuno dei due sentimenti cancelli l’altro.

«Non ti ho odiata mai» è la frase con cui provo a stare dentro questa contraddizione. C’è il legame, c’è la ferita, c’è il tentativo di trovare un posto per entrambi senza chiedere al passato di diventare diverso.

Quando il brano è uscito, una parola così mia ha incontrato persone che la pronunciano con altri ricordi. Mi commuove pensare che la stessa canzone possa contenere madri, distanze e affetti diversi dai miei.

Copertina di Mamma (non ti ho odiata mai)

Mamma (non ti ho odiata mai)

Il primo singolo · 28.02.2025

06 / DIVENTARE GRANDI

«La strada verso casa».

Ci sono case che restano dentro anche quando abbiamo imparato a vivere altrove. Ne riconosciamo i passi, le voci, il posto a tavola. Poi un giorno ci accorgiamo che a essere cambiato è il modo in cui ci fermiamo sulla soglia.

In «La strada verso casa» racconto quel momento. Quando crescere ti mette davanti a chi ti ha cresciuto, con le domande di sempre e una voce che, finalmente, riesci a sentire tua.

Da bambini gli adulti occupano quasi tutto il paesaggio. Più tardi impariamo a guardarli da un’altra altezza. Emergono i limiti, le cose che non hanno saputo dirci, la vita che conducevano mentre imparavamo la nostra.

Fare pace passa da lì. Dal trovare parole per ciò che è rimasto in sospeso e il coraggio di lasciare che l’altro le ascolti. Anche il silenzio cambia, quando smettiamo di aspettare che siano sempre gli altri a romperlo.

Il tempo trascorso conserva il suo peso. In questa canzone cerco il punto in cui quel peso può smettere di decidere ogni ritorno. Ci si può sedere allo stesso tavolo portando con sé gli anni, senza doverli risolvere tutti in una sera.

La strada verso casa è il cammino che mi permette di tornare con uno sguardo diverso. Di riconoscere chi mi ha cresciuto e il bambino che sono stato, mentre provo a capire l’adulto che sto diventando.

Copertina di La strada verso casa: una candela accesa su sfondo nero

La strada verso casa

Crescere e fare pace con chi ci ha cresciuto

07 / R&B, ROCK E POP

La voce e quello che le sta intorno.

Il mio suono si muove tra R&B, rock e pop. La mia voce da controtenore incontra il pianoforte, la chitarra e il basso; a seconda del brano, può rimanere esposta oppure appoggiarsi a un arrangiamento più intenso.

Ultimo, Billie Eilish, Queen e Amy Winehouse fanno parte dei miei ascolti e della mia formazione. Da ciascuno arriva una sensibilità diversa. Quando lavoro alle mie canzoni, lascio che sia il testo a indicarmi quanto spazio, quanta tensione e quanta semplicità servono.

08 / IL PROGETTO CONTINUA

Canzone dopo canzone.

In «Fall apart» torno alla difficoltà di amare dopo un cuore spezzato. Il pianoforte e la voce rimangono vicini; nel ritornello la batteria allarga il respiro. È il movimento di chi vorrebbe avvicinarsi e sente ancora qualcosa trattenerlo.

«Let me die tonight» prosegue questo percorso. Nella mia scrittura ci sono anche «Moonlight» e «Deep Eyes Girl». Ogni brano mi chiede un linguaggio diverso, anche quando nasce da domande che conosco già.

Io conosco il ricordo da cui comincia una canzone. Chi la ascolta può portarla altrove. È una delle ragioni per cui continuo a scrivere: sentire che una frase partita dalla mia vita può accompagnare, per un tratto, quella di qualcun altro.

Copertina di Fall apart

Fall apart

Voce e pianoforte

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